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Oliveto Citra

Info Point > Valle del Sele

Il comune di Oliveto rappresenta una delle preminenze storiche di maggior rilievo nel territorio dell´Alto e Medio Sele.

Dalla Cultura Oliveto Cairano, testimoniata da antichi villaggi e necropoli, all'annessione alla gente lucana, dai sanniti ai normanni, la terra di Oliveto è stata scenario interessantissimo di vicissitudini storiche e culturali, grazie anche alla sua posizione geografica privilegiata.

Miti e leggende si mescolano alla storia, rendendo il viaggio ad Oliveto ricco di esperienze e tesori inattesi.

La cittadina è tanto conosciuta anche perchè meta di pellegrinaggi per le ripetute apparizioni della Madonna del Castello.

Non a caso Oliveto partecipa, fin dall´VIII sec a.C., alla cultura di "Oliveto-Cairano", la quale nell´ambito della Fossakultur era caratterizzata da forti tendenze conservatrici, rilevate dall´esame di molti corredi tombali; geograficamente tale cultura abbracciava i centri che si snodano nell´area dell´Ofanto, perciò Cairano, Calitri, Bisaccia, Morra de Sanctis, e quelli dislocati lungo il corso del Sele, Oliveto Citra, Montercovino Rovella,fino ai monti picentini.
La "cultura Oliveto-Cairano" mostrava, altresì, affinità sostanziali con le culture dell´opposta sponda adriatica, chiaro segno di una continua serie di scambi, ovvero della provenienza di un primo gruppo di genti da quell´area.

Nella seconda metà dell´VIII sec a.C. si consolidò la presenza greca sulla costa tirrenica con il centro di Pitecusa (Ischia) e la fondazione della colonia di Cuma; l´incontro con una civiltà più evoluta ebbe un effetto dirompente sulle comunità indigene della Campania, alcune delle quali ne trassero, però, notevoli benefici.
Divenne così un polo di attrazione Pontecagnano, avendo una maggiore omogeneità politica; è probabile che in questo momento le genti di Oliveto-Cairano varcano la sella di Conza e si spingono nel salernitano, creando nuovi insediamenti: uno dei maggiori Oliveto [Citra]; in realtà questo si configurava come un sistema di più villaggi - segnalati da aree di necropoli - organizzati, presumibilmente, intorno all´abitato principale della Civita, collina a ridosso del paese attuale; tesi suffragata dai rinvenimenti sepolcrali che, infatti, provengono da varie località di Oliveto Citra: Turni, Aia Sophia, Fontana Volpacchio, Piceglia, Cava dell´Arena, Vazze, Isca, Casale, oltre, naturalmente, Civita; tranne che per quest´ultima, si tratta generalmente di necropoli collocate in un arco cronologico che va dalla fine dell´VIII al IV sec a.C.
Si presume che queste popolazioni, viste le condizioni e la posizione favorevoli, si dedicarono al controllo dei traffici che avvenivano, appunto, tra la costa adriatica e la tirrenica.
I corredi tombali del IV sec a.C. sono molto simili a quelli rinvenuti in altri centri della Campania sannitizzata, chiaro segno che anche Oliveto partecipò a questo fenomeno verificatosi nel corso della seconda metà del V sec a.C.; ritrovamenti di vasellame di quest´epoca, fanno definire un rapporto con centri del Vallo di Diano, quali Buccino e Atena Lucana.

Ormai tutta la Campania era avviata verso un´altra epoca, iniziata con la conquista sannita dell´ultimo avamposto etrusco di Capua, intorno al 400 a.C.
Anche in questo periodo le genti di Oliveto, cosi come di tutta l´area, dovettero avere un ruolo non secondario, nel quale vennero in qualche modo a fondersi; infatti non è un caso che da quel momento in poi non siano più visibili i caratteri distintivi della cultura materiale denominata "Oliveto-Cairano".

Le popolazioni locali erano talmente influenzate dai sanniti da essere coinvolte nel III guerra sannitica contro i romani, che li vide sconfitti e sottomessi nel 290 a.C. circa: una leggenda riporta che la Civita fu distrutta come atto di ritorsione.

Alcune tracce fanno ipotizzare che vi siano comunque degli insediamenti successivi, appunto di epoca romana.

Nei primi anni del 1900 fu ritrovata, nella località denominata Puceglia, la corazza di un´armatura romana; una delle ipotesi formulate circa questo ritrovamento abbastanza inusuale per l´area, è basata sulla teoria di vari studiosi (…D. Siribelli, 1972) secondo i quali i territori nei dintorni di Oliveto (forse nelle vicinanze dell´attuale abitato di Quaglietta) furono scenario della morte del grande Spartaco e dei suoi circa sessantamila uomini per mano delle truppe romane nel 71 a.C.

Segue poi un periodo abbastanza oscuro, soprattutto per una ricostruzione storica che possa definirsi tale; anche in questo caso, come spesso accade, la leggenda si sovrappone ad essa: ci è dato sapere che, nel periodo di piena crisi dell´Impero, le popolazioni di Oliveto erano raggruppate a piccoli gruppi in alcune località che ancora oggi riportano i nomi di santi – ci si trovava in piena era cristiana! -. Iniziava ad assumere una certa importanza, e questo per un periodo abbastanza lungo, la comunità insediata nell´attuale località denominata Casale, che eresse la chiesa paleocristiana di S. Maria de Faris (o Foris).

Il territorio di Oliveto fu compresa nell´antica Lucania, i cui confini settentrionali erano delimitati proprio dal Sele: ne fece parte fino alla caduta dell´Impero a seguito delle invasioni barbariche; con l´arrivo dei Longobardi fu annessa, insieme agli altri centri della Valle intorno al 590 d.C., nel ducato di Benevento.

I secoli che seguirono, come risaputo, furono contrassegnati da un profondo stato di caos politico e sociale, dovuto alle continue lotte intestine tra i Longobardi per le successioni; tale situazione favorì, tra la metà del IX e tutto il X sec d.C., le scorrerie dei saraceni, i quali spesso si avventavano anche sulle contrade di Oliveto.

Alcuni riferimenti storici certi riguardo un centro con il nome di "Oliveto", compaiono all´epoca dei Normanni, nel frattempo sovrapposti ai Longobardi ormai in declino; la storiografia ufficiale fa iniziare la loro dominazione intorno alla seconda metà dell´anno 1000: Salerno fu conquistata dai Normanni verso la fine del 1070.

La formazione del regno dei Normanni porterà alla nascita di numerose baronie che avevano insito il germe della rivolta, caratteristica costante di tutta la storia della monarchia nell´Italia Meridionale: quella da loro fondata, infatti, provocò la rottura fra città e campagna, dando spazio alla classe baronale che riduceva sempre di più le terre libere, alimentando di conseguenza il distacco fra le popolazioni e il potere dominante.

Una delle conseguenze fu il fenomeno dell´incastellamento e delle fondazioni di nuovi nuclei abitati, che rispondevano alla morfologia dei centri che si arroccavano e aggregavano intorno a un nucleo fortificato, entrambi segni del costituirsi delle signorie fondiario-territoriali.

Anche gli abitanti delle varie località di Oliveto, quindi, si trasferirono attorno al nuovo castello, edificato appunto dai Normanni, per assicurarsi la loro protezione; fu edificato, di conseguenza, sulla sommità di una grande formazione rocciosa, che dominava naturalmente tutta la valle, con ovvie funzioni di difesa e che riprendeva un disegno castrense, abbastanza ricorrente nelle architetture fortificate normanne.
La prima data certa di epoca medievale è il 1114: un documento riferisce di una trattativa che riguardava S. Maria de Faris (o Foris), casale di Oliveto (notizia non certa), tra il signore Gionata di Balvano e Guglielmo de Touille.

Più in particolare Oliveto è ricordata all´epoca del Catalogo dei Baroni; d´ora in poi, e fino a tutto il Rinascimento, il Castello di Oliveto fu sede dei feudatari e dei baroni locali.
Negli anni 1260-70 Oliveto era feudo di Giovannuccio (Johannucius de Oliveto); periodo che coincise anche con l´inizio della feroce dominazione angioina.
Intorno al 1290 Carlo II d´Angiò divise il Giustizierato in due, creando così il "Principatus a Serris Montorii Citra" ed il "P. a Serris Montorii Ultra", ossia il principato Citeriore, oggi provincia di Salerno, e il P. Ulteriore, provincia di Avellino.
Da un importante documento, datato 15 dicembre 1300, è tratta notizia che Carlo II, per la guerra del Vespro contro gli Aragonesi, nel richiedere sostegno ai feudatari fa il nome, tra gli altri, di Johannucius de Oliveto.
E´ di questi anni, 1330 circa, che si ha notizia anche di una disputa per il possesso del feudo di Oliveto tra il barone De Ruggiero e Leone di Monticchio.
Intorno al 1400 Guglielmo Grappino, marito di Felizza, signora della terra dell´Oliveto, vendette il feudo a Cubella Cesualda, contessa di Buccino, che ne ebbe l´investitura da re Ladislao.

Nel 1417, al tempo del regno di Giovanna II, succeduta al fratello re Ladislao, la terra di Oliveto fu concessa a Cola Gasparro Grappino. Successivamente, la famiglia Grappino, fu spogliata del feudo per "fellonia commessa", e concesso al Principe di Salerno.
Nel 1444 Ferdinando II d´Aragona, poi re di Napoli come Alfonso II, conferma a Ferrante Dias (o Diaz) Garlon, conte di Alife, il possesso delle terre di Oliveto e del Principato Citra.
Nel 1495, pur avendo seguito gli Aragonesi in armi, Ferrante Dias fu reintegrato da re Carlo VIII di Francia a signore di Oliveto.
Dal 1556 fino ai primi del seicento Oliveto appartenne ai Blanch; di seguito, metà del secolo, al marchese Marcantonio Cioffi di Salerno; poi al Marchese di Ruggiano, suo unico erede.

Nella seconda metà del ´700, Galanti ne "Della Descrizione Geografica e Politica delle Sicilie", individuava Oliveto [Citra] all´interno della subarea regionale del Vallo di Diano, costituita in particolare da: Brienza, Buccino, Campagna, Eboli, Marsiconuovo, Moliterno, Oliveto, Padula, Sala.

In questo contesto si definivano, di conseguenza, i rapporti di forza all´interno della società. Galanti rimandava al pensiero che nel ´500 iniziò a definire il concetto di "identità urbana", stabilendone i criteri con approfonditi studi specifici.

Tra i tanti trattati pubblicati, uno in particolare considerava il Principato Citra con molto favore; scriveva infatti S. Mazzella in "Descrittione del Regno di Napoli" (Napoli 1586): "… le sue genti, di persona disposta, di natura allegra, pronti all´arme, studiosi delle virtù, nel negoziare astuti, e piacevoli, e dediti al guadagno, sono etiandio industriosi, et inclini a trafichi…".

Queste fonti seguivano un doppio criterio di riconoscimento dell´identità cittadina: il primo di derivazione ecclesiastica, quindi città sedi arcivescovili e vescovili; il secondo legava due diversi elementi, ovvero tradizione storica e presenza di famiglie nobili all´interno della comunità.

Seguendo quest´ultimo criterio, Oliveto era identificata come città del Principato Citra, insieme ad altre ben più importanti sotto l´aspetto demografico, quali ad esempio Eboli o Giffoni.

Attualmente il castello prende il nome di "Guerritore", da Andrea Guerritore, patrizio di Ravello, che aveva ottenuto il feudo di Oliveto-Senerchia intorno al 1850.

Nel 1811, un decreto muratiano aveva sezionato il Principato Citra in quattro distretti: Salerno, Campagna, Sala Consilina e Vallo della Lucania: Oliveto fu annessa al distretto di Campagna.

L´unità d´Italia riordinò amministrativamente il territorio; quindi i comuni alla destra del Sele (Senerchia, Caposele, Calabritto) furono attribuiti alla provincia di Avellino, mentre quelli alla sinistra (Contursi, Oliveto, Colliano, Valva, Laviano, Santomenna e Castelnuovo di C.) alla provincia di Salerno.
In seguito, al nome Oliveto fu aggiunto Citra, chiaro riferimento dell´appartenenza all´omonimo Principato.


Da Vedere
Castello Normanno; costruito intorno al 1110 per volontà di Guglielmo de Touille; ospita al suo interno una sezione del "Museo Archeologico Provinciale"

Campanile Romanico

Chiesa Madonna della Consolazione, metà XVIII sec

Chiesa S. Maria della Misericordia; La Chiesa Madre di Oliveto Citra S. Maria della Misericordia risale alla fine degli anni ´80 del XVIII sec (la sua edificazione iniziò nel 1775 circa e fu officiata nel 1783).
E´ strutturata su tre navate longitudinali confluenti in una trasversale, ovvero la ricorrente pianta a croce latina.
Alla base della cupola, che insiste su tre notevoli colonne, sono raffigurati i quattro Evangelisti; molto interessante è il "fastigium".
Allo stato attuale nella Chiesa Madre di Oliveto Citra vi sono, oltre al principale, dieci altari marmorei policromi, risalenti quasi tutti tra la fine dell´800 e inizi del ´900.
Vi sono poi ulteriori presenze di particolare rilievo, poco note, però, alla comunità:
un olio su tela della Madonna del Rosario di E. Gaifi (1700 ca.- 1770), unica opera che rimane dell´artista olivetano, ma che necessita di un urgente restauro.
Particolare attenzione meriterebbe anche l´Archivio Parrocchiale, che annovera manoscritti risalenti alla metà del XVI sec.: anche in questo caso sarebbe necessario un paziente ed attento lavoro di restauro, ricatalogazione e nuova collocazione di quanto in esso contenuto, un grande patrimonio culturale e di memoria per Oliveto.
La Chiesa Madre è ricca di opere; alcune tra queste sono di pregevole fattura, e degne di considerazione; se ne citano alcune:
* dipinto "Ultima Cena", Olio su Tela, scuola napoletana, seconda metà XVIII sec
* busto di "San Macario", argento sbalzato cesellato, scuola napoletana XVIII sec
* dipinto "Sacra Famiglia con S.Giovannino", olio su tela, cerchia di G.Imparato XVII sec
* "Cristo Crocifisso", legno scolpito/dipinto, scuola napoletana XVIII sec
* dipinto "San Francesco riceve rose dalla Vergine con Bambino", olio su tela, scuola napoletana XVIII sec
* dipinto "S.Antonio in estasi", olio su tela, scuola napoletana XVIII sec

Chiesa Madonna delle Grazie
La Chiesa S. Maria delle Grazie, situata nel rione Chiaio, risale agli ultimi anni del XV sec. Sulla volta del portale in pietra, opera di maestranze campane, un´iscrizione riporta: SACELLUM HOC A.D.1497,RUSTICE ELABORATUM OB TOT VIRGINIS DEI PARAE
MIRACULA NUNC IN HANC FORMAM REDACTUM ELEGANTIOREM
"Anno del Signore 1497. Questa chiesetta, rusticamente elaborata, per tutti i prodigi della Madre di Dio, ora è costruita in questa forma più raffinata"
La Chiesa è costituita da una navata laterale ed una centrale principale.
Evidenti sono i segni di ripetuti lavori di adeguamento e/o ampliamento (ma di cui si hanno poche notizie); si riscontrano, infatti, differenze sia strutturali che estetiche.
La chiesa reca tracce di affreschi e decorazioni; è quindi evidente che in passato, pur nella sua piccola realtà locale e periferica, fosse molto ricca di interessanti testimonianze artistiche.
Frammenti di affreschi sono visibili nelle volte delle navate, rimaneggiati a seguito dei primi lavori di ampliamento e che versano in uno stato di conservazione abbastanza critico; tra gli altri si può distinguere una Deposizione.
Si possono ancora ammirare alcune decorazioni plastiche a stucco modellato di putti, motivi floreali e conchiglie; ai piedi dell´altare vi sono i resti di un pavimento maiolicato del ´700.
Nella navata laterale destra si può ammirare una cantoria in legno (chiaro esempio di lavorazione locale, o almeno di aree circostanti), sorretta da due colonne che riportano delle scanalature nella parte centrale (come da epigrafe dovrebbe risalire al 1880 ca).
Tra le opere presenti nella chiesa, quella di maggior rilievo è chiaramente la pala d´altare - olio su tavola - raffigurante la Madonna delle Grazie, di autore ignoto.
L´opera si presenta in un buono stato di conservazione, essendo stata restaurata recentemente. Il tema iconografico è molto ricorrente nelle tradizioni popolari: una madonna dispensatrice di grazie che disseta le anime purganti con lo stesso latte che dà la vita al Bambino; per tale motivo, per la tradizione è altrimenti detta "Madonna del Latte".
In linea di principio la pala d´altare della "Vergine del Latte" andrebbe datata agli ultimi anni del XV sec, ricordando lo stile tardogotico settentrionale ed in particolare quello di provenienza francese.
Infatti stando alla storia, i Francesi insignirono Ferrante Dias del titolo di Signore di Oliveto, stabilendo pertanto un legame con la provincia campana.
Occorre sottolineare, tuttavia, la realizzazione da parte di una maestranza locale e di conseguenza di provincia: questo chiarirebbe i tratti fisionomici della Vergine, incongruenti con il resto della pala d´altare.
Il viso della Vergine, infatti, sembra richiamare un modello toscano, riferibile alla bottega di Botticelli o di Piero della Francesca, un modello più nuovo, quindi, rispetto a tutte le altre figure presenti nella rappresentazione.
Ciò non esclude la possibilità che la Vergine del latte sia stata realizzata nel corso di un lungo periodo, o che sia stata portata a termine agli inizi del XVI secolo.
Tuttavia, se la pala d´altare è stata realizzata appositamente per la Chiesa della Madonna delle Grazie, allora il suo compimento dovrebbe essere anteriore al 1497, anno della edificazione della chiesa stessa.
Malgrado ciò è possibile che la pala sia stata ultimata negli anni immediatamente successivi, o che la sua originaria destinazione non fosse la chiesa della Madonna delle Grazie e che pertanto sia stata ivi traslata in un secondo momento. Questo potrebbe far sì che sia attendibile anche una datazione della pala entro la prima decade del XVI secolo.
Un´altra opera significante è un Cristo Crocifisso in legno; l´opera è stata da poco restaurata.
E´ possibile datarla al XVII sec., la produzione è riconducibile, naturalmente, alla scuola napoletana del tempo. Lo studio preliminare e i lavori di restauro hanno confermato che le braccia del Cristo che si presentavano prima del restauro, non erano riconducibili allo stesso autore o bottega, ma per motivi sconosciuti erano state aggiunte in epoca molto più tarda; quindi, a seguito del parere della Soprintendenza, il Crocifisso si presenta attualmente senza le braccia.
E´ possibile ammirare, ancora, una statua lignea, anch´essa raffigurante la Madonna delle Grazie con Bambino (M. del Latte), di recente restaurata. Al di là della materia, della tecnica e del tema iconografico abbastanza ovvio, purtroppo non si hanno ulteriori notizie, ed è quindi molto difficile stabilire anche una sua datazione; dovrebbe essere chiaramente opera di artisti locali.
Tutte le opere plastico-figurative sopra descritte, al momento non sono collocate all´interno della Chiesa, proprio per lo stato nella quale si trova, cioè non può garantire la custodia e la protezione; vengono quindi esposte, grazie all´impegno di un volenteroso gruppo di persone, in momenti legati al culto religioso.

Il Castello di Oliveto Citra, rimaneggiato a causa del terremoto del 1980, riveste un significato rilevante, sia per il valore architettonico del "sito", che per il valore estetico del luogo: sorge infatti al centro dell´abitato, in una posizione che domina la valle sottostante; è perciò molto stretto il rapporto che lega il castello alla tradizione storico-culturale ed urbanistica di Oliveto.
Le sue prime strutture risalgono all´epoca normanna, quando, intorno alla metà del 1100, Guglielmo de Touille aveva in feudo il territorio di Oliveto; è ipotizzabile che intorno alla fortificazione, iniziò a sorgere un nuovo nucleo abitato, conseguenza di quel fenomeno meglio conosciuto come incastellamento, molto frequente nel meridione d´Italia e legato a ovvie funzioni di difesa.
In piena epoca rinascimentale il castello, pur mantenendo le antiche basi, fu ricostruito con un altro tipo di elevato, consono alle esigenze della fortificazione della nuova architettura baronale: infatti nel castello vennero ad abitare i feudatari che dalla metà del 1500 alla fine del 1700 tennero Oliveto. Dal 1550 circa ai primi del ‘600 vi furono i Blanch; passò poi al marchese Marcantonio Cioffi di Salerno e, nella seconda metà del ´700, per ramo di parentela, ai Macedonia, marchesi di Reggiano; il Castello oggi è denominato "Guerritore", da Andrea Guerritore, patrizio di Ravello e ultimo signore di Oliveto.
Quanto oggi rimane, comunque di particolare fascino, rappresenta ancora la sintesi della storia di Oliveto Citra: sono visibili le scuderie tipiche, le mura che agli angoli si ingrossano per la presenza delle antiche torri, e alcune finestre con caratteri stilistici seicenteschi, o almeno tardo rinascimentali.
Oltre agli ambienti già ristrutturati e fruibili, dove è stato allestito il I lotto del Museo Archeologico Prov.le, lavori di risanamento e ristrutturazione stanno riqualificando altri spazi all´interno del Castello, per riportarlo in funzione moderna al centro delle attività cittadine.


Museo Archeologico Provinciale
Nel Museo sono esposti circa un cinquantina di corredi tombali, si da lasciare comunque nel Museo di Salerno un campione rappresentativo della "cultura di Oliveto-Cairano".
Molto suggestivo il costume ornamentale femminile, cosi ricco e particolare; attraverso la ricostruzione su supporto grafico, si è idealizzato il volto femminile adornato con i caratteristici pendagli, orecchini e ciondoli, e impreziosire le braccia con i bei bracciali a forma di cuore.
I corredi femminili mostrano infatti una singolare ricchezza con elementi assolutamente caratteristici: il corpo appare sovraccarico in tutte le sue parti di ornamenti, come attestano, oltre alle fibule comuni ad entrambi i sessi in ogni periodo, gli orecchini, le collane, le armi, i bracciali, i pendagli, gli anelli, che compaiono nei corredi con particolare abbondanza.

Molto incerto affermare fino a che punto la suppellettile funeraria poteva rispecchiare il costume reale, soprattutto quando la pesantezza e le dimensioni di alcuni ornamenti, unite spesso alla quantità, fanno sospettare un utilizzo soltanto eccezionale (fibule da parata).
Davvero singolari i pendagli costituiti da tre spiraline, ciascuno, in un elemento "a batocchio" (ma arricchite su entrambi i lati da appendici laterali, probabili decorazioni teriomorfe, cioè una divinità o figura mitica raffigurata in forma animale) che dovevano essere appesi al velo che copriva il capo, portandosi ai lati del volto in corrispondenza degli orecchini.

Ugualmente suggestivi i pendagli di bronzo, a forma di oinochoe (brocchetta) - assolutamente eccezionale ad Oliveto Citra - utilizzato in area picena, e dunque in tutta l´area medio-adriatica, e a forma di accetta, catalogabili nella stessa cultura.

L´immagine ieratica e solenne delle donne di Oliveto Citra, come elemento caratterizzante e distintivo di questa antica cultura, rappresenta, quindi, la sintesi ideale di un primo approccio alla storia di questo territorio.


Oliveto Sacra

Il Castello Normanno è divenuto, alcuni anni fa, famoso per la notizia di ripetute apparizioni della Madonna, è perciò meta di pellegrinaggio da parte dei fedeli.

La sera del 24 Maggio 1985, mentre la piazza Garibaldi era gremita di gente e animata dalle musiche del concertino per la celebrazione della festa civile del Patrono San Macario Abate, un gruppo di 12 ragazzi giocava nella piazzetta del castello medioevale.
I ragazzi si trovavano nella piazzetta perché poco prima avevano visto una stella cadente che si dirigeva verso il castello.
E´ opportuno tener presente tale circostanza perché ispirerà il progetto per l´edicola a forma di una grande stella, costruita presso il cancello, come la Madonna aveva chiesto.

I ragazzi sentirono il pianto di un bambino proveniente dal di là del cancello di ferro che taglia lo stradale che porta dalla piazzetta all´ingresso del castello; non si erano ancora ripresi dallo sbigottimento quando videro al di qua del cancello una giovane Signora bellissima, con il bambino in braccio, che invitava i 12 piccoli veggenti a non fuggire e a non aver paura.

Una giovane, molto scettica a riguardo, accorse di lì a breve; dopo pochi istanti vide anche lei la Madonna: una giovanissima donna di una bellezza indescrivibile con il bambino sul braccio destro, vestita di bianco con il manto celeste con doppia filettatura d´oro, una cintura gialla intorno alla vita e una corona di stelle intorno al capo; i suoi piedi posavano su un banco di nubi, dalle manine del bambino pendeva una corona del Rosario.
La visione con la mano sinistra invitava i bambini e la ragazza a non fuggire: tutti i veggenti rimasero scioccati.
La ragazza fu portata all´ospedale del luogo: visitata, le furono poste domande specifiche per accertarsi delle sue condizioni psichiche, si concluse che la ragazza era sana ma traumatizzata: aveva visto qualche cosa.

Da quella sera cominciò una lunga serie di visioni per altri veggenti. Questi sono sottoposti ad un severo discernimento: si osservano le loro qualità umane per accertarsi che non siano facili alle suggestioni, alla fantasia.

Il cancello delle apparizioni è così divenuto meta di continui pellegrinaggi, in particolare il primo sabato di ogni mese, oltre ad altre date molto significative: 24 maggio (ricorrenza dell´apparizione), 5 agosto (compleanno della Madonna), 8 dicembre (Immacolata Concezione).

Oliveto C. è stata anche terra di S. Gerado Majella, universalmente riconosciuto e invocato "Angelo delle culle", "Patrono delle mamme", "Protettore delle partorienti", proprio perché ha operato miracoli e prodigi a favore delle mamme nel periodo delicato della gestazione; la particolare predilezione si è manifestata in modo straordinario dopo la morte, ma è iniziata quando era in vita.

Oliveto Citra la sperimentò in modo evidente: in occasione di una breve visita ad una famiglia dimenticò un fazzoletto. Per strada lo raggiunse una giovinetta mandata a restituirglielo; Gerardo come sempre sorrise, ma non lo prese: "No, no - disse alla ragazza - tienilo pure; un giorno ti potrà servire". Qualche anno dopo, ormai sposa, l´attesa difficile del primo figlio la portò in fin di vita. Si ricordò di fratel Gerardo e chiese il fazzoletto, rimasto dimenticato per tanto tempo. Il miracolo fu immediato e una felice nascita allietò la famiglia.
La notizia si diffuse immediatamente valicando i confini cittadini e regionali. Ad Oliveto il fazzoletto venne fatto a pezzi sempre più piccoli poiché tutti volevano in casa la preziosa reliquia. Ecco perché si diffuse la tradizione di avere in casa il fazzoletto benedetto con l´immagine di san Gerardo.



Per questo testo si ringrazia la COMUNITA' MONTANA dell'ALTE e MEDIO SELE

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