Menu principale:
Info Point > Valle del Sele
Questo piccolo centro può vantare una grande storia legata ai grandi movimenti
politico - religiosi internazionali fin dalla fondazione della Chiesa.
In un interessante intreccio tra storia e leggenda, le vicissitudini di goti, bizantini e poi francesi napoleonici si tessono fino a rendere Santomenna un centro di incredibile interesse storico, artistico e ambientale.
Dal suo Patrono egiziano fino ai giorni nostri Santomenna non stancherà mai di incantare con la sua storia, da ricercare negli archivi storici e nei dettagli dei reperti, in una incessante lotta contro il tempo e l´inclemenza della natura.
La "Sagra dei piatti poveri" rimane una delle manifestazioni più autentiche e genuine, ideale per cogliere lo spirito che ancora regna fra questa gente.
L´abitato di Santomenna, adagiato a 540 metri sul livello del mare, ai limiti della provincia di Salerno, è posto in una posizione paesaggistica montana di notevole fascino.
Come spesso accade, ricercare riferimenti storici certi per i piccoli centri è sempre molto difficoltoso; nel caso specifico di Santomenna, anche gli eventi naturali, come l´ultimo e distruttivo sisma del 1980, hanno ulteriormente reso difficile un lavoro di ricerca storiografica.
Un´iscrizione, posta sull´architrave di uno degli ingressi del distrutto Episcopio, ricordava che il borgo era appartenuto ai Benedettini.
Partendo da questo dato è possibile ricostruire a ritroso quella che è l´origine del luogo e la ragione del suo stesso nome.
Dobbiamo risalire indietro sino al VI secolo dell´era cristiana, quando i Bizantini riconquistano l´Italia, strappandola ai Goti.
Nel loro avanzare, vittorioso, verso le ultime roccaforti dei ‘barbari´ dispongono tutta una serie di caposaldi a presidio delle vie di accesso e, quindi, di fuga; in particolare per Compsa (Conza della Campania), ultima roccaforte gota nel sud dell´Italia, prima della definitiva sconfitta.
Un semplice accampamento, ma con una particolarità: essere impiantato da truppe provenienti dall´Oriente, ossia da quelle terre in cui era vivo il culto del Martire egiziano S. Menas.
Tanto vivo che intorno alla sua persona fiorivano una infinità di leggende; la più diffusa delle quali lo voleva egiziano di origine, martirizzato in Frigia; riportato in Egitto e sepolto nel luogo dove poi fu innalzato un grandioso santuario: Mareotis (quaranta chilometri dall´odierna Alessandria).
Il culto di questo Santo – oltre al pellegrinaggio – si estrinsecava nell´uso di piccole ampolle di terracotta, al cui contenuto veniva attribuito rilevante potere taumaturgico e propiziatorio.
Verosimilmente il culto di San Menna fu alimentato dalla presenza sul territorio di numerose sorgenti d´acqua che ricordavano il miracolo nel deserto Nordafricano secondo il quale, nei pressi del luogo di sepoltura del martire, sgorgarono inspiegabilmente numerose sorgenti d´acqua dagli effetti miracolosi.
Dal VI secolo in poi, però non si hanno notizie certe, se non quelle che è possibile ricavare dalla Grande Storia.
Roma, superato il primo impatto con i Longobardi, iniziò l´opera di "colonizzazione" delle terre che si sentivano più vicine alla Chiesa d´Oriente che non alla cattedra di Pietro, in particolare la Puglia e la Lucania.
E per facilitare l´impresa si servì di un alleato d´eccezione: Montecassino e tutte le sue dipendenze: o meglio, i Monaci Benedettini che alla spicciolata furono inviati a prendere il posto del Monaci Basiliani che si ritiravano.
I Benedettini ricevevano in dono dai conquistatori grosse estensioni di terreno, scarsamente abitate, con l´immancabile chiesetta dedicata al santo prediletto del luogo. Così attorno ai monaci, in cerca di lavoro, ma anche di protezione, si radunavano mezzadri, artigiani, operai, servi.
Il nuovo insediamento che così si formava prese il nome del santo lì venerato.
Così nacque nell´860 d.C. Santomenna. Lo storico Ughelli scriveva: "Il feudo di San Menna unito alla mensa arcivescovile trae origine da un ex monastero di Benedettini situato in un luogo elevato dove oggi vivono i Padri Cappucini, nel cui chiostro vi è ancora lo stemma dei Benedettini. Successivamente, a causa di eventi di eventi bellici, il monastero andò deserto, per cui, a nome della Santa Sede, ne prese possesso l´arcivescovo di Conza, per la qual cosa si presume che da tempo immemorabile la giurisdizione ecclesiastica sia unita al dominio temporale. L´originale convento si chiamava San Benedetto."
Così la Chiesa consolidava il suo potere: tutta l´Alta Valle del Sele e l´Alta Valle dell´Ofanto si trovarono riunite nella vasta circoscrizione della Arcidiocesi di Conza degli Irpini, situazione perdurata fino al 1921.
La tormentata orografia dei luoghi, fece sì che a partire dal XV sec, i vari Arcivescovi succedutisi sulla Cattedra conzana, scegliessero di dimorare in S. Andrea di Conza o in Santomenna, a seconda delle opportunità o delle esigenze. Così che la vasta circoscrizione ecclesiastica ebbe sempre due ‘capoluoghi´: una per l´Irpinia e una per la Valle del Sele.
Feudo dunque ecclesiastico, Santomenna vide sorgere ben presto tra le sue casupole l´imponente palazzo vescovile, man mano migliorato ed ampliato nei secoli successivi.
Attorno ad esso trovarono sicuro rifugio gli scampati alle incursioni barbariche.
Dal VI secolo, in epoca Longobarda, il territorio dell´Alta Valle del Sele, in cui sorge Santomenna, rimase annesso al ducato di Benevento, fin quando nella metà del IX secolo quest´ultimo fu smembrato in tre principati: quelli di Benevento, Salerno e Capua.
Nacque così il Principato Citra, comprendente il territorio di Salerno e tutti i paesi adagiati sulla destra e sulla sinistra dell´Alto Sele vi furono ascritti per circa dieci secoli.
Una parziale modifica avvenne al tempo di Napoleone, allorché Gioacchino Murat ridusse le province del regno napoletano a 14 e ciascuna di queste fu divisa in vari distretti comprendenti generalmente più comuni.
Il principato di Citra fu scisso nei distretti di Salerno, Sala Consilina, Vallo della Lucania e Campagna, ognuno comprendente, a sua volta, vari circondari, tra cui quello di Santomenna e Laviano.
Alla unificazione dell´Italia, nel 1861, i comuni della sinistra del Sele come Santomenna furono amministrativamente separati da quelli della destra del Sele.
Da Vedere
* Ruderi del convento dei Cappuccini - su un altipiano a ridosso del centro abitato -. Tra i resti dell´edificio, precisamente in ciò che rimane della cappella di S. Vito, è ancora possibile ammirare il sarcofago di un insigne Arcivescovo di Conza, Ercole Rangone, deceduto nel seminario di Santomenna; un epitaffio riporta: "LUSTRA DECEM POSTO OCTO IACENT BIS MENSE SECUNDO SECULA RANGONIS PRESULIS OSSA NECE".
* Antico tribunale ecclesiastico e prigioni.
* Museo del Sacro; Alcuni locali della Chiesa Madre S. Maria delle Grazie ospitano un piccolo museo, dove vi è la possibilità di ammirare alcune vestigia e altre testimonianze artistiche sacre, chiaro esempio del ricco patrimonio culturale - artistico ed architettonico - presente a Santomenna, purtroppo perso con il terremoto del 1980.
Chiesa S. Maria delle Grazie
Risale, quasi certamente - anche se con impianto planimetrico diverso - al XIV secolo.
Il terremoto del 1561 rese indispensabile le opere di restauro della chiesa.
Il vescovo Ercole Rangone nel 1647 arricchì la chiesa con il tipico gusto barocco: stucchi ornamentali, decorazioni pittoriche sul soffitto ad incannucciata, ampliamento della zona absidale.
Intorno al 1650 l´arcivescovo Campana effettuò ulteriori restauri volti a migliorare l´impianto delle coperture ed i relativi soffitti. Solo nel 1917 compare la grande cupola che caratterizzerà la veduta di Santomenna.
Restaurata parzialmente nel ´79, subì gravissimi danni dal terremoto del 1980. Negli anni novanta è stata ricostruita e restituita al culto nel Maggio del 2001.
Imminente è la collocazione al soffitto delle tele realizzate dal Miglionico - pittore del ´600 prediletto dai vescovi di Conza – recentemente restaurate.
* Chiesa della congregazione dell´Immacolata Concezione
Alla metà del ´500 il vescovo Ambrogio Polito propagò nella diocesi il culto controriformistico dell´Immacolata Concezione di Maria: risale probabilmente a quell´epoca la fondazione della confraternita dedicata alla Vergine.
La ricca documentazione archivistica, catalogata e custodita in un armadio dell´antico palazzo de Ruggeri, comprende un manoscritto in cui sono riportate le regole della congrega datate 1777.
Già nel 1730 la confraternita aveva ottenuto la benedizione pontificia, segno che la costituzione della pia associazione procedeva di molto con quella dello statuto: tra gli iscritti figurano i nomi di De Ruggeri, Figurelli, Zuccari, Rosamilia, appartenenti a nobili famiglie locali, ma furono accettati anche confratelli di altri ceti sociali.
Nel 1874 le vecchie regole furono riformate, nel 1931 la confraternita, in quanto si poneva scopo esclusivo di culto, passò alle dipendenze dell´autorità ecclesiastica.
La Chiesa, sita nell´abitato che si estende verso Castelnuovo di Conza fu eretta ai primi del ´700 e portata a compimento soltanto nel 1730, forse per mancanza di fondi.
L´edificio è costituito da un´unica navata, conclusa da un´abside riccamente decorata a rilievo, sormontati da un baldacchino retto da angeli.
L´altare maggiore, in pietra locale, datato 1739, fu costruito per devozione del "Dottore in Utroque Pietro Zoppi di Santomenna".
L´imponente "telero" dipinto a tempera, da documenti risulta essere acquistato dal "Pittore Carmine Carbutti di Santomenna" nel 1779.
Nel medaglione centrale, riccamente decorato da motivi fitomorfi è raffigurata la Vergine Immacolata, discesa dal cielo sulla terra per svolgere la sua opera di intercessione. Ai suoi piedi figurano personaggi biblici: Giuditta che regge il capo tronco di Oloferne, Eva nell´atto di prendere la mela dalla bocca del serpente.
L´elemento architettonico su cui si impianta l´intera composizione è costituito da tre gradini sui quali sono apposte varie iscrizioni, tra cui risultano leggibili le seguenti: "GLORIA JERUSALEM /IPSA CONTERET CAPUT TUUM / HEVA OBFUIT / MARIA PROFUIT".
L´iconografia tradizionale raffigura solitamente l´Immacolata attorniata dai simboli biblici del Cantico dei Cantici, paragonata al sole: in questo caso invece le metafore bibliche sono sostituite da Giuditta ed Eva, personaggi femminili che fanno da contrappunto alla figura della Vergine "sine macula", contribuendo all´esaltazione delle virtù mariane.
Il dipinto rimanda alle grandi decorazioni da soffitto dell´Abate Michele Ricciardi (1672 - 1753), nativo di Penta, la cui attività spazia su un territorio molto vasto che va dalle Valle dell´Irno all´Alta Irpinia.
La Chiesa si presenta inoltre particolarmente ricca di manufatti lignei, di rilievi a stucco e di elementi lapidei. Particolarmente interessante è la cantoria settecentesca in legno scolpito.
Il Miracolo di San Gerardo
L´episodio miracoloso avvenne quando ormai la fama di S. Gerardo aveva varcato ogni limite; i suoi superiori per aderire alle pressanti richieste della povera gente gli procurarono un cavallo, col quale spostarsi rapidamente.
I ferri agli zoccoli del cavallo avevano spesso bisogno di essere sostituiti. Gerardo ogni tanto andava a Santomenna per far visita allo zio. Lungo la strada per raggiungere il convento si trovava un maniscalco e, un giorno, passando di lì pensò di approfittarne per ferrare il cavallo.
E´ importante sottolineare che dell´episodio sono riportate due versioni: la prima è l´agiografia ufficiale, l´altra è tramandata dai discendenti del maniscalco; tenendo conto della statura del Santo, sembra più logica e convincente.
Il maniscalco ferrò il cavallo e pensando che il frate fosse uno sprovveduto forestiero pensò di approfittare dell´occasione chiedendo un prezzo di gran lunga superiore a quello reale. Il Frate di fronte alla richiesta palesemente ingiusta, prima lo redarguì aspramente, poi, vista l´insistenza del maniscalco nella sua insana richiesta, rivolto al cavallo disse: "Restituiscigli i ferri!". L´animale alzando, l´uno dopo l´altro, i quattro zoccoli, li fece cadere per terra. Il maniscalco pentito e sbalordito dell´insolito avvenimento si offrì di rimetterli senza percepire neppure un soldo. Il Frate, nonostante i richiami insistenti del maniscalco, imperterrito proseguì il cammino senza voltarsi.
I discendenti del maniscalco raccontano, invece, che si era nel mese di agosto; il maniscalco, molto infastidito dai tafani che in estate infestavano Santomenna, si fece scappare qualche bestemmia. Il Santo che non lo avrebbe mai tollerato alla sua presenza e, anche perché si sentiva quasi in colpa per aver voluto ferrare il cavallo, andò su tutte le furie; visto che il maniscalco non desisteva, preferì, piuttosto che continuare ad ascoltare le orribili bestemmie, non ferrare più il cavallo e restituire i due ferri già fissati. Il resto concorda con quello riportato dai biografi; il maniscalco da quel giorno, colpito dallo straordinario evento, smise di bestemmiare e la sua famiglia divenne una delle famiglie più religiose e devote di Santomenna.
Oggi davanti all´antica fucina del maniscalco è posta una lapide a memoria del miracoloso evento; con estrema e gentile disponibilità della famiglia discendente, è possibile anche entrarvi.
La visita alla piccolissima ed antica bottega, certamente suggestiva ed emozionante per l´aspetto devozionale, risulta essere anche di grande arricchimento cultural-antropologico: si possono ammirare i vecchi sistemi di lavorazione del ferro che, come per altri antichi mestieri, molto spesso si svolgevano negli stessi luoghi di altre attività rurali della famiglia; a conferma di ciò, all´interno vi sono i resti di un piccolo ricovero per "crescere il maiale", di importanza vitale nella cultura contadina.
Per questo testo si ringrazia la COMUNITA' MONTANA dell'ALTE e MEDIO SELE